Autostima. E’ un bene?

Alta, bassa, positiva o negativa: l’autostima al di là della nostra volontà è qualcosa che ci appartiene, che iniziamo a sviluppare fin dall’infanzia e che continuiamo ad alimentare con le esperienze di vita. È molto importante essere consapevoli del fatto che la fiducia che abbiamo di noi stessi influenza il nostro comportamento, le nostre relazioni sociali, la nostra efficienza sul lavoro, la nostra vita affettiva. Più la nostra autostima è alta, più siamo aperti verso gli altri e più questi ci dimostrano la stima che hanno nei nostri confronti. Se invece abbiamo poca stima di noi stessi, diventiamo anche pessimisti, siamo molto severi e critici nei nostri confronti, non riusciamo ad affrontare le situazioni stressanti, ci lamentiamo senza riuscire a realizzare niente di buono, confermando concretamente le aspettative negative che si hanno nei confronti della vita. Rischiamo così di rimanere intrappolati in un circolo vizioso che si autoalimenta:da un lato evitiamo o affrontiamo con ansia situazioni che temiamo, dall’altro rafforziamo una bassa considerazione di noi stessi che ci porta più facilmente ad una rinuncia o ad un più probabile fallimento. E’ la cosiddetta “profezia che si autoavvera”.

Quando viviamo nella ricerca continua dell’approvazione o della gratificazione da parte delle persone per noi significative, rischiamo di dipendere emotivamente dagli altri e di vivere relazioni frustranti, e di conseguenza la fiducia in noi stessi diminuisce.

Avere una buona autostima permette di prendere decisioni da soli e di mettersi in relazione con gli altri in un rapporto di parità e uguaglianza. Credere in se stessi aiuta le persone a superare momenti difficili e di scoraggiamento e accettarsi per quello che si è, con pregi e difetti, evitando di fare a noi stessi richieste inadeguate ed esagerate.

È importante avere la capacità di vedere le proprie qualità, le proprie competenze ed esprimerle “a voce alta”, ma non per fare confronti con gli altri e sminuirli, ma per apprezzarsi onestamente. Bisogna credere in se stessi per primi se vogliamo che anche gli altri lo facciano.

L’assertività

Assertività deriva dal latino “asserere”, in itatliano “asserire”. Quando una persona asserisce qualcosa, la afferma con convinzione e tenacia, pienamente convinta di ciò che sostiene. Essere assertivi significa essere convinti delle proprie azioni e delle proprie idee senza remore ad esprimerle e a portarle avanti.

Il comportamento assertivo può essere graficamente rappresentato come il punto centrale di un ipotetico segmento, ai cui estremi si trovano il comportamento Passivo e ilcomportamento Aggressivo. La persona che si comporta in modo passivo subisce le situazioni senza reazioni apparenti; non esprime idee, sentimenti, azioni, pensieri; svaluta ciò che pensa e sente, dando più importanza a ciò che pensa/sente l’altro o che immagina che pensi/senta l’altro.
La persona che agisce in modo aggressivo tende ad affermare se stesso con arroganza e presunzione, senza il rispetto delle idee e dei sentimenti dell’altro. Tende ad imporsi e a svalutare l’altro per affermare se stesso. In tal senso l’aggressività è l’altra faccia della medaglia della bassa autostima: chi si percepisce minacciato e vuole imporsi sull’altro spesso dubita di se stesso e del proprio valore denigrando e svalutando chi ha davanti.

Per fare un esempio: un dipendente vuole esprimere al suo datore di lavoro delle lamentele in merito alla sua posizione, potrebbe farlo o proponendosi con un atteggiamento troppo condiscendente, magari parlando con un tono di voce basso, in un momento in cui il suo capo è indaffarato, e magari non guardandolo in faccia (comportamento passivo); oppure potrebbe usare una modalità più diretta, magari irrompendo nel suo ufficio mentre è in riunione o al telefono, e usando un tono di voce alto, scortese o perfino accusatorio (comportamento aggressivo).
In entrambi i casi non otterrà un esito positivo, poiché o il capo non avvertirà l’importanza del problema di fronte ad un modo di fare poco deciso, oppure si sentirà offeso o irritato da un comportamento troppo pretenzioso o perfino arrogante. Se volesse agire in modo assertivo, anticiperebbe al suo capo che ha qualcosa di importante da dirgli, assicurandosi di parlargli in un momento consono ad entrambi; userebbe un tono adeguato, guardandolo negli occhi e spiegando con chiarezza le sue ragioni, in modo che l’interlocutore possa capire il suo punto di vista.

Essere assertivi significa saper usare determinate abilità o competenze, ovvero saper raggiungere uno scopo tramite l’uso di strumenti specifici. Quando non riusciamo a raggiungere ciò che ci siamo prefissi, vuol dire che o non era quello l’obiettivo che volevamo ottenere o che abbiamo usato mezzi inadeguati per arrivarci.
Il training dell’assertività si propone di insegnare ai partecipanti tecniche specifiche per modificare il proprio comportamento e renderlo più assertivo, anche incoraggiando ad attingere alle proprie risorse interne e ad affermare se stessi. Chi ha poca fiducia in sé, avrà anche una scarsa opinione di se stesso e difficilmente riuscirà ad essere assertivo.
Chi ha una buona autostima invece, riesce a stabilire un auto-dialogo interno positivo, e non avrà timori a esprimersi con fiducia verso di sé e verso gli altri, con una più alta probabilità di raggiungere i suoi scopi.

Cambiare è, tuttavia, un’impresa non facile, né realizzabile in tempi brevi.
Cambiare implica l’abbandono del conosciuto, che per quanto possa essere frustrante, è comunque un’abitudine con la quale abbiamo imparato a convivere e a porre le nostre difese.
Quindi la decisione di intraprendere un training mirato al cambiamento deve innanzitutto vagliare la propria motivazione al cambiamento, altrimenti si parte già penalizzati.
La domanda da farsi è questa: io voglio cambiare? Una volta chiarito questo si può decidere di intraprendere un percorso che richiederà impegno e sforzo. Un confronto con se stessi, come mettersi di fronte ad uno specchio per riconoscersi in maniera onesta, confronto in cui non è necessario chiederci il perché dei nostri comportamenti, ma capire come ci comportiamo nel “qui ed ora” e come vorremmo invece comportarci.